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Il 24 aprile 1945 Verbania era libera. I giorni della liberazione vivono inalterati ancora oggi nel documentario “I Ribelli” dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara, girato proprio durante quella storica giornata. Immagini che fissano il sorriso dei partigiani riuniti di fronte a Villa Caramora, a Intra, e di altri che si imbarcano sul traghetto alla volta di Varese e poi Milano. Una delle prime manifestazioni di quei momenti fu un grandioso e commovente pellegrinaggio di partigiani in armi e popolazione sul luogo dove, nel giugno del 1944, furono fucilati i 42 martiri di Fondotoce e dove oggi sorge il Sacrario che proprio ai caduti sul luogo dell’eccidio vuole rendere omeggio. Da allora ad oggi, ogni anno si rinnova, attraverso una toccante cerimonia, quel pellegrinaggio. Momenti di ieri e di oggi che si fondono perché, come sottolinea Aldo Animasi, “è difficile sottrarsi alla forza evocativa di questi luoghi. Si ricorda chi è caduto, ma quanti, come me, sono sopravissuti non hanno reciso il legame. Oggi, i valori della Resistenza hanno un significato fondante i valori dell’Italia tutta. Se anche pare ci si dimentichi, la memoria riaffiora nel vivere quotidiano perché la memoria rappresenta la base dello sviluppo del Paese”.
Ma prima di quel 24 aprile, una tappa imprescindibile segnò i giorni della lotta partigiana: il rastrellamento della Val Grande. La memoria storica di quei momenti è Peppino Cavigioli, che allora combatteva con la formazione Valdossola di Superti. “Il rastrellamento è iniziato da parte dei nazisti l’11 giugno del 1944. Hanno circondato tutta la valle. Circa 13 mila soldati che accerchiarono la Valgrande, dalla Cannobina alla Bassa Ossola alla Vigezzo contro i 300 uomini della Valdossola e i 200 della Cesare Battisti. Una lotta impari cui però i partigiani non potevano sottrarsi. La tattica era semplice: una volta accerchiati e imbottigliati nella valle, i partigiani non avrebbero avuto più scampo. Sì, una lotta impari, ma i tedeschi non avevano fatto i conti con la capacità di riparare e di nascondersi che tutti i partigiani avevano imparato durante la lotta. Molti però furono presi e, tra questi, i 42 martiri, fucilati a Fondotoce.”
Ma perché molti di questi uomini rimasero ignoti? Perché tante lapidi sono rimaste senza nome? La risposta è nella ricostruzione fatta da Nino Chiovini , quando svela un “trucco” da molti adottato per non arruolarsi alla chiamata di leva mussoliniana per tutti i renitenti del ‘23, ‘24, ’25. Tutti questi ragazzi, obbligati alla leva, si sono presentati lasciando un nome falso e, nel giro di pochi giorni, sono saliti in Valgrande dove è iniziato subito il rastrellamento. E’ stata una questione di tempo: non hanno fatto a tempo a registrarsi tra i partigiani con il loro vero nome e dunque, la loro identità è rimasta ignota.
Il partigiano “Cinisell”, al secolo Enrico Ferrandi, è uno dei più noti protagonisti e superstiti del rastrellamento di giugno. Delle sue numerose avventure, racconta un episodio in particolare, unico tra i partigiani perché lui deve salva la vita ad un nemico, arruolato tra i nazifascisti. “Dovevo andare a Cossogno ed ero imbottito di armi. Eravamo in due e ci avventurammo lungo una strada scoscesa, interrotta ad un certo punto da una frana. Proprio in quel punto, veniamo sorpresi da un fascista che ci ferma e inizia a deriderci dicendo che avrebbe scommesso sul fatto che noi fossimo disarmati, ben sapendo che così non era. Mario Rossi, che era con me, coglie lo scherzo e, riconoscendo il dialetto lombardo del “nemico” inizia a parlare delle sue origini. Per farla breve, scopriamo che eravamo vicini di casa, avevamo amici e conoscenti in comune ma eravamo su due fronti opposti. Non ci sono state altre parole: ci ha semplicemente lasciati andare. In fondo, eravamo amici. Era solo la guerra che ci aveva fatto diventare nemici.”
Luigi Buscaglia, Angelo Pasta, Battista Nibbio: tre testimonianze di come, nonostante la difficoltà, le ferite, i luoghi impervi, i partigiani siano riusciti a sopravvivere al rastrellamento e a lottare continuando a nascondersi per poi attaccare i nemici e, chilometro dopo chilometro, raggiungere Domodossola e vivere quell’esperienza unica e indimenticabile che per loro è stata la Repubblica dell’Ossola. E poi ancora combattere senza concedere sconti, perché l’obiettivo era la libertà. Quella libertà che ha un giorno: il 25 aprile. Ma c’è stato un uomo che, durante i giorni del rastrellamento ha segnato le sorti di Verbania. E’ il Comandante Arca, Armando Calzavara, tra gli artefici della liberazione di Intra. Un uomo che combatteva soffrendo perché sapeva che sul fronte opposto c’erano degli amici contro i quali lottare. Ma i valori andavano oltre. E, tra tutti, un solo ideale rappresentava l’assoluto tra i valori: l’ideale della libertà, più forte di ogni legame.
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